Buona Scuola: con spezzoni di arcobaleno…

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Che possa essere un anno pieno di stupore, denso di tenerezza

Inizia un nuovo anno scolastico, pieno di sfide, promesse, traguardi da raggiungere.

Il mio pensiero va in primo luogo agli studenti, al personale scolastico e alle famiglie delle province colpite dal sisma dello scorso 24 agosto, a cui vorrei ancora una volta esprimere tutta la mia vicinanza.

Guardo poi con simpatia tutti gli studenti che, a giorni, gremiranno i banchi di scuola, da Bolzano a Lampedusa, da Santa Maria di Leuca alla Val d’Aosta: sono l’energia di cui l’Italia ha bisogno, la speranza che non dobbiamo deludere, la promessa che dobbiamo mantenere.

Anche per questo vorrei rivolgere un pensiero accorato a tutti gli insegnanti e docenti delle scuole di ogni ordine e grado: li attende un compito davvero gravoso e di una delicatezza assoluta. Meritano tutto il nostro incoraggiamento, apprezzamento, ringraziamento.

A loro sento di rivolgermi non con parole mie, non me ne sento all’altezza, ma con quelle di un grande e insuperato maestro e pastore, don Tonino Bello:

 

«Voi tutti siete insegnanti, dal liceo alle scuole materne: avete di fronte l’altro, sapete come bisogna rapportarsi.

Io vorrei rievocare la figura del mio maestro delle scuole elementari. Lo ricordo come una delle persone importanti che hanno segnato la mia vita.

Una persona molto semplice, molto discreta e anche molto umile: ogni volta che tornavo in paese andavo a trovarlo.

Ultimamente si era incurvato e gli tremavano le mani.

Tornavo da lui per dovere di gratitudine, ma soprattutto condotto dalla speranza che avesse, come nelle fiabe che egli stesso ci raccontava in quarta elementare, una noce misteriosa da farmi schiacciare nei momenti difficili.

Guardavo con stupore infinito nell’armadietto di sempre i pochi libri foderati con la carta velina: Le avventure di Pinocchio, Cuore, L’isola misteriosa.

Quella biblioteca per me conteneva più segreti della biblioteca vaticana.

Di tutti gli insegnanti che ho avuto, era l’unico a provare soggezione per me. Me ne accorgevo dall’imbarazzo con cui, nel discorso, passava dal “lei” al “to”.

Mi hanno detto che era anche fiero di avermi avuto come discepolo. Forse, però, non ha mai saputo che se ancora tornavo da lui era perché avevo il presentimento che mi avrebbe aiutato a risolvere, come un tempo, qualche altro complicato problema, per il quale non mi bastavano più le quattro operazioni dell’aritmetica che egli mi aveva insegnato.

Ogni volta che lo lasciavo, sentivo di avergli rubato spezzoni di mistero, quegli spezzoni che a scuola ci sottraeva volutamente, senza che noi ce ne accorgessimo.

Sì, perché lui aveva l’incredibile capacità di non spiegarci mai tutto e per ogni cosa lasciava un ampio margine d’arcano, non so se per stimolare la nostra ricerca o per alimentare il nostro stupore.

Perché l’arcobaleno dura così poco nel cielo? Che cosa fa Dio tutto il giorno? Perché le farfalle lasciano l’argento sulle dita? Perché Gesù ha fatto nascere così il povero Nico che veniva a scuola sulla carrozzella spinta dalla nonna? Perché si muore anche a dieci anni, come è stato per la sua bambina?

Non aveva l’ansia di rivelarci tutto, non era malato di onnipotenza culturale e neppure ci imponeva le sue spiegazioni. Qualche volta sembrava anzi che fosse lui a chiederle a noi.

Ma quando, dopo gli acquazzoni di primavera, spuntava l’arcobaleno, ci conduceva fuori per contemplarne la tenerezza».

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