Zinni commemora Moro nel centenario dalla nascita. Il discorso

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Giovedì 22 settembre, in seduta straordinaria, il Consiglio Regionale della Regione Puglia ha commemorato Aldo Moro nel centenario della sua nascita. Oltre al Professore Giuseppe Vacca e al direttore della Gazzetta del Mezzogiorno Giuseppe De Tomaso, è toccato ai capigruppo di ciascuna area politica relazionare sulla figura del grande statista pugliese. Di seguito il discorso integrale del consigliere Sabino Zinni, capogruppo della Lista Emiliano Sindaco di Puglia.

“Presidente Loizzo, Presidente Emiliano, colleghi consiglieri, autorità civili intervenute e soprattutto ragazzi, commemorare una persona dalle grandi, immense capacità qual è stato Aldo Moro è sicuramente un’opera impossibile.

Ci stanno provando in molti, ma non credo che il centenario della nascita esaurirà i molteplici filoni del pensiero e dell’azione politica di questo gigante, perché per me Aldo Moro è un gigante della politica, ma della nostra storia prima ancora. L’ombra triste della morte spesso allunga i suoi tentacoli e fa velo rispetto a quella che è stata la grandezza dell’uomo. In quest’Aula sono state dette tante cose, tutte vere, tutte corrispondenti alla grandezza dell’uomo, ma voglio soffermarmi su un aspetto trascurato dai più di quest’uomo, cioè la fase della sua formazione.

Nella fase della formazione di Moro c’è già tutto l’uomo e tutto lo svolgimento di quello che accadrà, in quel crogiuolo bellissimo, grandioso, che sono stati la FUCI e poi il “Movimento dei laureati cattolici”, che – voglio ricordarlo ai più giovani – aveva come assistente un tale Monsignor Giovanni Battista Montini. Egli poi sarebbe diventato Papa, dopo essere passato a fare l’arcivescovo di Milano e aver segnato con la sua opera fine tutta la storia del Novecento, non solo del cattolicesimo, non solo della Chiesa mondiale, ma di tutta la storia italiana.

Stiamo parlando di un’epoca storica in cui questo crogiuolo partoriva la traduzione dei grandi filosofi francesi, come Maritain e Mounier. Stiamo parlando di una tradizione in cui la Filosofia del diritto, di cui parlava egregiamente il direttore della Gazzetta De Tomaso, era ancorata ai presupposti di Kelsen, di Rawls e del formalismo giuridico, per cui la norma era tutto e fuori della norma non c’era niente. Ciò veniva contestato radicalmente dal filosofo del diritto Aldo Moro, preceduto da un altro grande filosofo del diritto di stampo cattolico, che si chiamava Giuseppe Capograssi. In un libro mirabile, intitolato “Analisi dell’esperienza comune”, Capograssi contestava radicalmente questo presupposto, in nome non di un giusnaturalismo che vedeva quasi in un Iperuranio le norme scritte, ma nel nome di un superamento costante della norma positiva, perché sempre animata da uno spirito di non appagamento. Moro è stato l’uomo del non appagamento.

L’uomo che ha cercato sempre equilibri più avanzati, sempre conquiste maggiori, sempre possibilità ulteriori, sempre non chiusura, ma apertura al nuovo, all’ascolto ai giovani non come formula retorica usata e abusata, spesso, dai politici in questi ultimi tempi, talvolta sciagurati. No, Moro era attento ai giovani, perché non mancava mai, se non quando era all’estero, alle sue lezioni. I giovani lo ascoltavano e lui ascoltava loro e li riceveva anche nel dopo lezioni per seguire personalmente le tesi di laurea.

Tutto questo trova fondamento nella fase della formazione di Aldo Moro, in quella fase in cui Moro esplica già il suo pensiero. In un libro bellissimo, edito trent’anni fa, che conservo gelosamente tra i libri più preziosi, la casa editrice Cinque Lune, che era la casa editrice della Democrazia Cristiana, editò una raccolta di articoli di Aldo Moro scritti tra il 1943 e il 1946. Si intitola “Al di là della politica e altri scritti”.

In un articolo mirabile Aldo Moro affermava un pensiero che, secondo me, è un caposaldo di chi vuole fare politica: “La politica mai può essere tutto. C’è sempre qualcosa al di là della politica. E se la politica non è capace di mettersi in ascolto di questo oltre di sé, la politica è morta. La politica non ha una consistenza propria, non è fine a se stessa. È a servizio della polis”. Questo pensiero, apparentemente scontato, è, invece, il fondamento della politica. Se la politica diventa fine a se stessa, autoreferenziale, come spesso, dopo Moro, è stata, la politica non ha senso, e ciò che non ha senso viene travolto, come spesso succede ed è successo. Voglio chiudere questo intervento con una pagina bellissima che Aldo Moro scrive all’indomani della fine della guerra. Ogni volta che la leggo – l’avrò letta cinquanta volte – la ritengo sconvolgente. La voglio lasciare soprattutto ai ragazzi. È una sorta di preghiera laica, che si chiama Liberazione. Ruberò due minuti del vostro tempo, ma ascoltiamola:

“Siamo tutti in attesa di una liberazione. Questa richiesta, questa speranza, che corrono per tutta la vicenda della storia e danno ad essa un’ansia dolorosa, una perenne inquietudine, un bisogno di rivelazioni buone, sono soprattutto di questa tragica ora. Era appena finita la Seconda guerra mondiale e si contavano le macerie. Noi sentiamo il peso grave di mille oppressioni e la ferocia di questa storia umana senza umanità ci prende in una morsa alla quale non è possibile sfuggire. Chi può ricordare senza raccapriccio il terrore seminato nella nostra vita in mille forme, da tutte le parti, con una continuità implacabile, con uno zelo feroce? Se la vita non è condannata ad un dolore senza intervallo e senza scampo, noi dobbiamo essere liberati.

Ne abbiamo il diritto, perché siamo uomini che la morte non ha preso ancora, uomini ai quali la vita sorride, malgrado tutto, come una cosa bella e buona. Bellezza e bontà, certo, nascoste in un fondo impenetrabile, quasi, ma che affiorano irresistibili, vincendo il dolore con una promessa che non vuole cedere essa al dolore. In questo mondo cattivo noi aspettiamo una liberazione dal mondo. Ma questo mondo è fatto da noi, uomini che andiamo intrecciando assurdi rapporti di odio, che andiamo disperdendo la vita che invece dovremmo salvare e svolgere in tutto il suo valore. Non possiamo essere liberati dal mondo, se non ci liberiamo da noi stessi. Ma chi ci libererà da noi? Noi sentiamo enunciare, mentre il mondo soffre, un programma di libertà. Si domanda libertà dalla paura, libertà dal bisogno. Per questo ideale uomini hanno preso armi (armi raffinate e micidiali di una tecnica sapiente), hanno preso le armi in tutti i Paesi del mondo, per liberarsi dalla paura e dal bisogno, per liberarsi dalla ferocia e dal dolore.

Per liberarsi dal bisogno degli uomini lo accrescono smisuratamente e il terrore domina dove passano gli eserciti, che sono fatti di uomini; l’uno contro l’altro, fremendo alla vista del volto umano dell’avversario da uccidere. Per liberarsi dal dolore, gli uomini – assurdamente– ne moltiplicano all’infinito la tragica esperienza. Dove giungono gli eserciti nel gioco alterno della vicenda di guerra è come se fosse giunta la libertà. La vita vorrebbe sorridere ancora invitante. Tuttavia noi aspettiamo una liberazione. La vita è sospesa e attende, pertanto, una liberazione.

L’aspettiamo ancora, perché la libertà dalla paura e dal bisogno sono solo una piccola cosa cosa di fronte a quella che, noi sappiamo, può donare la vita. Attendiamo di essere svincolati dal mondo e di ritrovare la nostra anima. Aspettiamo, in questo possesso di noi, che tutto quello che è bello, che è vero si riveli. Anche il dolore, che, accettato e tradotto in amore, promuove la libertà dello spirito. La più grande delle libertà, quella che è al vertice della piramide e anima e rende buone tutte le altre, è la libertà interiore, che pone l’uomo in purezza di fronte a Dio, a se stesso, ai fratelli. Quella che esclude egoismi e ferocie e terrori e miserie, quella che conserva sempre una risorsa per superare i dislivelli paurosi della vita.

Questa è la libertà dei figli di Dio. Mentre tutto è così oscuro e le forze così poche, mentre diffidiamo di noi e degli altri, mentre la meta appare sempre al di là del nostro sforzo per raggiungerla, conviene forse ricordare la preghiera dimenticata, “Liberaci, Padre Nostro, dal male”, perché ci indirizzi in tanto disorientamento e ci conforti in tanta disperazione l’idea che la suprema liberazione dell’uomo è la vittoria sul male e che gli uomini non sono soli nel conquistarla”.

Questa preghiera Moro la scriveva a ventinove anni. Lascio a voi le conclusioni.

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